Visualizzazione post con etichetta scienza e politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scienza e politica. Mostra tutti i post

sabato 2 novembre 2013

Vedere gli atomi

Festival della Scienza di Genova, sala del Maggior Consilio completamente piena alle 15 di un giorno festivo per sentire una conferenza scientifica.
E' per me la prima volta che sento Dario Bressanini, amico-web da più di dieci anni ma mai incontrato di persona, parlare di qualcosa di direttamente legato alla sua attività professionale di Ricercatore di Chimica all'Università dell'Insubria. Finora avevo visto suoi filmati di conferenze e trasmissioni televisive in cui parlava dell'altra sua passione: la Chimica in Cucina, argomento su cui ha anche una rubrica fissa sul mensile Le Scienze.

Il tema era come il concetto di atomo, di particella finale indivisibile di ogni elemento naturale, si fosse sviluppato da idea astratta a requisito essenziale per spiegare la realtà sperimentale, anche in assenza di una sua visione diretta.








Attraverso le biografie di diversi personaggi fondamentali per la nascita e lo sviluppo della scienza chimica, Dario è riuscito a tenere interessato un pubblico eterogeneo per più di un'ora. Passando da notizie familiari, ad episodi curiosi sulla loro vita, è riuscito a rendere comprensibili anche gli aspetti scientifici del loro lavoro, dei loro successi e dei loro errori. Errori che inevitabilmente, anche se a volte con un certo ritardo, sono stati riconosciuti come tali dal progresso scientifico. Perché, come ha sottolineato Dario, in ogni momento dello sviluppo della scienza ci sono uno o più scienziati che non credono affatto a quella che è l'opinione generale condivisa da quasi tutti. Hanno una loro idea personale e si oppongono con forza a quella "ufficiale". Inevitabilmente alla fine si dimostra che hanno quasi sempre torto.


Si è trattato di un ottimo esempio di divulgazione scientifica, e fatta da uno scienziato, non da un divulgatore professionista, a dimostrazione che è la capacità personale e la competenza che fa la differenza, non l'etichetta o il Master che uno ha.
La comunicazione, di cui la divulgazione scientifica fa parte, ha acquisito nel nostro tempo un vero e proprio potere, in grado di influenzare il potere politico e quello economico che alla fine guida il tutto. Ma ne è inevitabilmente a sua volta influenzata, e anche pesantemente, per cui nella piccola polemica che è in atto tra "divulgatori professionisti" verso "scienziati professionisti prestati alla divulgazione", di cui forse varrà la pena di parlare con qualche dettaglio, il ruolo che svolge la guerra per il potere, quello vero, non va sottovalutato.

domenica 27 ottobre 2013

Il Festival della Scienza e il gruppo Dibattito Scienza

In occasione delle ultime elezioni si è formato un Gruppo Facebook chiamato Dibattito Scienza che aveva, e ha ancora, lo scopo di fare delle domande su argomenti scientifici ai candidati alle diverse elezioni, stimolarli a rispondere, pubblicare e discutere le risposte. Al di là dell'obbiettivo occasionale delle elezioni, la volontà del gruppo è ovviamente di sviluppare la consapevolezza dell'importanza della scienza nella politica della nostra società e stimolare i "decisori" a rimanere il più possibile agganciati ai suoi risultati senza debordare (troppo) nel populismo plebiscitario.
A parte le iniziative che hanno preceduto le elezioni, il gruppo non è ancora riuscito a darsi delle strategie chiare, limitandosi a rispondere agli attacchi, come quelli alla sperimentazione animale o all'approvazione della sperimentazione del cosidetto "Metodo Stamina".
Capire il perché di questa difficoltà nel prendere iniziative sta diventando il problema fondamentale, insieme alla necessità di superare i limiti di un gruppo di un Social Network, anche se è stato estremamente utile all'inizio.
Per questi obiettivi nell'ambito del Festival della Scienza di Genova, ora in corso, come supplemento di una conferenza di Gilberto Corbellini dal titolo Scienza, per un dibattito efficace, lucido e combattivo, si è svolto un dibattito condotto da Marco Cattaneo, Michele Luzzatto e Gilberto Corbellini che partendo proprio dall'esperienza del gruppo Dibattito Scienza si chiedeva cosa fare dopo.

Non ci sono state, nè ci potevano essere, delle decisioni operative, ma si sono notati diversi problemi di comunicazione anche tra i partecipanti al gruppo, e una mancanza di una presenza unitaria dell'istituzione scientifica nei riguardi di chi deve prendere le decisioni. Allargare la partecipazione, uniformare i linguaggi sono altri temi da sviluppare.

Come bonus personale, ho approfittato di questo incontro per fare diretta conoscenza di alcuni "amici virtuali" anche di antica data con cui non vi era mai stato un incontro diretto.
In particolare con Marco Cattaneo e Silvia Bencivelli, detta Sbenci.

Mister Rat-Man e la Matematica

Sono a Genova perché quest'anno voglio seguire con più attenzione e continuità il Festival della Scienza. Il primo evento a cui ho partecipato è stato questa conferenza: Comics and Science: da Rat-Man alla scienza. Conversazione con Roberto Natalini, Leo Ortolani e Andrea Piazzi.
Una anteprima della presentazione a Lucca Comics del libretto illustrato nella foto ed edito dal CNR in cui, con fumetti, interviste e saggi più o meno seri ci si diverte su alcune questioni di scienza, ed in particolare di matematica.
Due ore passate molto piacevolmente.

martedì 22 ottobre 2013

A proposito di Stamina: dieci domande alle Iene

Il mio blog può contare, nei momenti fortunati, un numero di lettori da prefisso telefonico, per cui quello che sto per fare potrebbe sembrare patetico.
Ma lo faccio lo stesso, perché ogni goccia può essere utile.
Questa è un'iniziativa nata in un Gruppo Facebook: Dibattito Scienza, che già si era fatto sentire alle ultime elezioni. E' un post collettivo, fatto contemporaneamente da diversi blogger che sono famosi divulgatori scientifici, a diverso titolo.
Io copio-incollo la versione di Marco Cattaneo, Direttore della rivista Le Scienze e che si trova in originale qui.

Dal 17 febbraio scorso, la trasmissione televisiva Le Iene ha contribuito con numerosi servizi di Giulio Golia a portare sotto i riflettori il caso Stamina, mostrando alcuni piccoli pazienti sottoposti al trattamento, mettendo in evidenza la sofferenza delle famiglie e sollevando ripetutamente la questione della somministrazione di cure compassionevoli. Tutto questo anche dopo le critiche di gran parte della comunità scientifica, dopo le accuse di frode scientifica emerse da un articolo di «Nature» sulla questione relativa alle domande di brevetto, dopo il pronunciamento del comitato istituito dal Ministero della Salute e la cancellazione della sperimentazione annunciata dallo stesso ministro Beatrice Lorenzin.
Per tutte queste ragioni, e perché ci sono ancora molti punti oscuri in tutta la vicenda, con un gruppo di blogger e giornalisti scientifici abbiamo avvertito il bisogno di porre alcune domande all’autore dei servizi e alla redazione della trasmissione. (Alla stesura di queste domande hanno contribuito Alice Pace, Silvia Bencivelli, Salvo Di Grazia, Emanuele Menietti, Antonio Scalari e il sottoscritto. Un grazie per i suggerimenti a Letizia Gabaglio.)


1. Perché voi delle Iene non spingete Davide Vannoni a rendere pubblico il metodo Stamina? Se è davvero così efficace, non pensa sia giusto dare la possibilità a tutti i medici e pazienti di adottarlo?

2. Nei suoi servizi per Le Iene ci ha mostrato alcuni piccoli pazienti in cura con il metodo Stamina. Dopo otto mesi e quasi 20 puntate, perché non ha mai coinvolto le altre persone che Vannoni dice di aver curato negli ultimi anni, invitandole a mostrare i benefici del metodo stamina?

3. Perché non ha mai sentito la necessità di dare voce anche a quei genitori che, sebbene colpiti dalla stessa sofferenza, non richiedono il trattamento Stamina e anzi sono critici sulla sua adozione?

4. Nel primo servizio su Stamina lei dice che Vannoni prova a curare con le staminali casi disperati «con un metodo messo a punto dal suo gruppo di ricerca». Di quale gruppo di ricerca parla? Di quale metodo?

5. La Sma1 non sarebbe rientrata nella sperimentazione nemmeno se il Comitato l’avesse autorizzata, perché lo stesso Vannoni l’ha esclusa, ritenendola troppo difficile da valutare in un anno e mezzo di studi clinici. Come mai continua a utilizzare i bambini colpiti da questa patologia come bandiera per la conquista delle cure compassionevoli?

6. Perché non ha approfondito la notizia delle indagini condotte dalla procura di Torino su 12 persone, tra cui alcuni medici e lo stesso Vannoni, per ipotesi di reato di somministrazione di farmaci imperfetti e pericolosi per la salute pubblica, truffa e associazione a delinquere? 

7. Perché non ha mai interpellato nemmeno uno dei pazienti elencati nelle indagini della procura di Torino?

8. Perché ha omesso ogni riferimento alle accuse di frode scientifica da parte della comunità scientifica a Vannoni, al dibattito attorno alle domande di brevetto e alle controversie che hanno portato a un ritardo nella consegna dei protocolli per la sperimentazione?

9. In trasmissione lei fa riferimento alle cure compassionevoli, regolamentate dal Decreto Turco-Fazio. Perché non ha spiegato che il decreto prevede l’applicazione purché «siano disponibili dati scientifici, che ne giustifichino l’uso, pubblicati su accreditate riviste internazionali»?

10. Se il metodo Stamina si dimostrasse inefficace, che cosa si sentirebbe di dire alle famiglie dei pazienti e all’opinione pubblica?

Vediamo se, e cosa, sono capaci di rispondere...

venerdì 18 gennaio 2013

Su Dibattitoscienza le domande definitive ai candidati alle politiche

Nel sito di Dibattitoscienza sono visibili le 10 domande inviate ai (troppi) candidati leader di coalizioni alle prossime elezioni politiche relative alla loro posizione sulla Scienza e su argomenti di interesse scientifico.
Questa iniziativa rappresenta la conclusione del percorso iniziato con l'invio di 6 domande di analogo argomento ai candidati alle primarie del CentroSinistra, con l'impegno di inviarle anche ai candidati a primarie di diversi schieramenti, che però non ci sono mai state. Le risposte ricevute sono state pubblicate, come le domande stesse, sul sito della rivista Le Scienze, e variamente commentate sui blog dei molti partecipanti all'iniziativa.
Ora proponiamo lo stesso meccanismo al massimo livello politico. E' stato creato un sito apposito per poter discutere delle possibili domande ed arrivare ad un elenco condiviso. Le domande ancora una volta sono ospitate sul sito de Le Scienze, che raccoglierà anche le risposte.
Ma la parte più interessante sarà ancora una volta l'insieme dei commenti, analisi e critiche alle risposte stesse che verranno fatte sui tanti blog indipendenti dei diversi partecipanti.
Da parte mia ritengo le prime tre domande le principali per definire una politica scientifica del paese, e sulle risposte a queste domande porrò particolarmente attenzione, privilegiando la seconda per un mio particolare interesse. Nei prossimi giorni cercherò di esplicitare le mie ragioni.
Ritengo anche che la decima abbia un contenuto ideologico particolarmente elevato, e forse eccessivo. Non mi sembra una domanda cui un politico sotto elezione possa rispondere onestamente. Ma il bello di un'iniziativa come questa è proprio che non è richiesta l'unanimità, e non c'è un padre-padrone che decide per tutti, come invece succede in altre esperienze di democrazia partecipativa (a parole)...

giovedì 22 novembre 2012

Commento alle risposte alla prima domanda di Dibattito Scienza


Come avevo annunciato in un post precedente, un gruppo abbastanza eterogeneo di giornalisti scientifici, ricercatori e semplici affezionati, hanno proposto sei domande ai candidati alle primarie del centrosinistra, proponendosi di riproporle anche a qualunque altro candidato di primarie di ogni coalizione e, alla fine, di proporre un numero più nutrito (e più meditato) di domande ai candidati finali alle elezioni nazionali. Lo scopo delle domande era di capire e far capire a tutti gli elettori non solo le intenzioni dei vari candidati su alcuni temi particolari di interesse scientifico, ma soprattutto di capire il peso che ogni candidato dà al ruolo della scienza e del suo metodo di analisi nello svolgimento del proprio ruolo politico di mediazione tra diversi interessi.
Le domande e tutte le risposte possono essere trovate sul sito de Le Scienze, a cui rimando per ulteriori dettagli dell’iniziativa.
In questo post mi limiterò a commentare le risposte alla prima domanda, che è quella che mi interessava di più e che ha, secondo me, il significato più generale coinvolgendo di fatto il futuro economico ed industriale dell’Italia. Poi, se avrò tempo e forza, cercherò di commentare anche le altre risposte.
La prima domanda era la seguente:
Quali politiche intende perseguire per il rilancio della ricerca in Italia, sia di base sia applicata, e quali provvedimenti concreti intende promuovere a favore dei ricercatori più giovani?
Tutti i candidati fanno osservare, con maggiore o minore dettaglio, che l’Italia investe in ricerca molto meno della media europea, e molto meno di utti i paesi più industrializzati d’Europa e del mondo.
Vediamo ora gli aspetti principali delle singole risposte.
1 – Bersani
Bersani fa notare che è l’investimento privato che è deficitario, anche se non definisce bene il problema; è l’unico che mette in stretta connessione la ricerca scientifica alla capacità industriale del paese, e lega quest’ultima, di cui auspica il mantenimento e la crescita, allo sviluppo di ricerca e innovazione. Non dice cose nuove rispetto al suo vecchio libretto scritto insieme ad Enrico Letta: Viaggio nell’Economia Italiana (Donzelli Editore - 2004), ma onestamente non era certo questo il luogo di un discorso più articolato. Non dice nulla sulla politica di reclutamento, ma accenna alla necessità di travaso di personale dalla ricerca all’industria.
2 – Puppato
Poche parole generiche sulla necessità di investimento, sulle sinergie con l’industria, sull’eliminazione delle baronie e del precariato.
3 – Renzi
Forte accento sulla necessità di far diventare meritocratico sia il reclutamento che il finanziamento della ricerca pubblica (parla solo di questa). Se per il finanziamento si appoggia sulle valutazioni ANVUR (da migliorare non si sa come), per il reclutamento non dà alcuna indicazione di metodo. Propone di favorire fiscalmente le donazioni alla ricerca (sempre pubblica) ma a costo complessivo zero. Propone un’agenzia per il finanziamento di idee originali, ma non è chiaro se di ricerca od applicative, cioè di spin-off industriali.
4 – Tabacci
Quella di Tabacci è una risposta lunga, probabilmente troppo lunga, dato che si dilunga in dettagli che a questo livello della discussione sono quasi incomprensibili, perché richiedono competenze specifiche e conoscenze delle legislazioni nazionali ed europee non condivise da tutti. Cercare di fare un riassunto delle sue proposte è altrettanto difficile, perché a meno di fare un elenco banale di ogni suo paragrafo, la valutazione generale è estremamente povera in impegni politicamente ed oggettivamente importanti. Si richiama in modo continuo alla legislazione europea, anche non sempre a proposito. Propone, unico tra i candidati, dei settori strategici su cui puntare per lo sviluppo della ricerca. Solo sul reclutamento dei giovani non ha proposte precise ma si limita a proposizioni generiche.
5 – Vendola
A parte dichiarazioni estremamente generiche, si può solo notare una richiesta di aprire la governance delle Università e degli Enti di ricerca a tutte le figure professionali, anche precarie. Spicca però la dichiarazione della necessità di stimolare le industrie, in vista ad un loro sviluppo innovativo, ad investire più in ricercatori che in capannoni. Nella sua genericità, è l’unico spunto verso il costringere le industrie a fare qualcosa che sia di loro interesse generale e non immediato.
Le mie considerazioni finali
Quello che sto per fare non sarà un discorso omogeneo, che cercherò di fare nel futuro e sganciato da questo evento particolare. Voglio invece presentare le mie opinioni su queste risposte, un po’ come vengono e saltando anche da uno all’altro. D’altronde questo era un esperimento e un esperimento è anche la loro valutazione.
Prima di tutto devo dire che sono estremamente contento di come si è evoluta questa iniziativa molto estemporanea. Anche se ovviamente le domande che abbiamo posto sono discutibili da molti punti di vista, sono state perlomeno un inizio, ed il fatto di aver ricevuto (grazie anche a persecuzioni e minacce varie :) ) risposta da tutti rappresenta un successo e un punto di partenza per azioni successive più meditate.
Sicuramente nessuno di noi si aspettava che a rispondere a queste domande fosse personalmente il candidato cui si riferiscono, ma questo è normale. Ogni politico deve circondarsi da uno staff di persone di cui ha fiducia e delegare la gran parte delle decisioni, magari sotto la sua supervisione, specialmente su questioni molto specialistiche. Quindi nel valutare queste risposte, io non penso di giudicare una persona, ma un insieme di persone, che però devono assommare le competenze necessarie al compito, sotto la responsabilità globale del candidato.
Bersani dimostra di avere una visione estremamente chiara del ruolo della Ricerca Scientifica per lo sviluppo industriale, e di come per l’Italia ci sia solo la strada dell’innovazione per conservare un ruolo produttivo adeguato. Sembra aver poca dimestichezza con il mondo della ricerca accademica, ma la sua esperienza passata lo pone nella condizione di capire cosa andrebbe fatto per l’industria. Non ha dato alcuna indicazione dei modi in cui pensa di ottenere i risultati che auspica, lasciando l’impressione di aver dato poca importanza globale a queste nostre domande. Su come affrontare il problema del reclutamento e del relativo finanziamento è stato molto deludente, evitando qualunque risposta concreta. Dimostra un’alta competenza economica, ma se dovesse diventare Primo Ministro avrebbe bisogno di un Ministro della Ricerca di livello superiore.
In contrasto totale con Bersani, Renzi ignora del tutto il rilievo economico ed industriale della ricerca scientifica, e si preoccupa solo di voler garantire una meritocrazia che avrebbe tanto bisogno di essere definita, prima che essere attuata. Per Renzi la ricerca scientifica è solo quella cosa che si fa nelle Università (e magari in Enti di Ricerca, ammesso che ne conosca l’esistenza), in cui dominano Baroni da sconfiggere, senza correlare questi aspetti alla struttura corporativa di una parte della società italiana, di cui però proprio la parte scientifica è largamente immune. Renzi in definitiva nemmeno conosce le differenze tra i vari settori delle Università.
Tabacci è stato invece alluvionale. Ma ci ha sommerso con dettagli del tutto ininfluenti rispetto ai problemi generali, su cui invece dice poco o niente. Mi fa piacere di sapere che nel suo staff c’è sicuramente qualcuno che conosce molto bene la legislazione europea, ma che però ignora che la politica europea della ricerca deve necessariamente evitare gli aspetti applicativi, cioè quelli che rendono utili economici, perché su quell’aspetto, di interesse sostanzialmente industriale, ogni paese, ma anche ogni industria, è geloso e non disposposto a condividere alcunché. Quindi basare ogni obiettivo di sviluppo sulle regole europee è, sempre e solo secondo me, del tutto sbagliato, a meno che non si parli esclusivamente della ricerca di base o di strutture comuni (ma le strutture poi vanno sapute utilizzare). Riassumendo, un elenco infinito di possibili provvedimenti, alcuni sicuramente utili, altri di effetto molto dubbio, ma una carenza di visione globale molto preoccupante.
Vendola è stato estremamente generico, con l’inevitabile puntata demagogica dell’allargamento della governance delle strutture di ricerca a tutte le professionalità presenti. E' stato però l’unico, non so quanto volutamente, a toccare l’aspetto di dover convincere le industrie ad investire in personale qualificato, senza il quale non sarebbero mai in grado di sfruttare nemmeno quella (piccola) parte di ricerca utile per loro che le università ancora fanno. Con personale adeguato a saper capire la ricerca e a saperla trasformare in prodotto vendibile, sarebbe poi possibile la famosa sinergia tra ricerca ed industria, con possibilità di lavoro comune o addirittura di commissionare qualche ricerca.
Non credo che Vendola, o chi per lui, fosse cosciente delle implicazioni di quella frase, ma sono comunque contento che ci sia stata, perché così ho potuto aggiungere le mie considerazioni.
La Puppato invece dimostra molto poca consapevolezza dei problemi della Ricerca Scientifica e dei suoi risvolti economici.

Tutto sommato un'esperienza molto utile e da continuare, anche per abituare i nostri candidati politici a dover rispondere in modo organico a domande di potenziali elettori, senza farsi cogliere di sorpresa e senza essere troppo generici, come è purtroppo successo questa volta. Ora dovrei anche cercare di commentare le risposte alle altre domande...
Ma con calma...

venerdì 16 novembre 2012

6 domande ai candidati alle primarie

Per informazione di quella decina (scarsa) di lettori giornalieri di questo blog senza pretese, presento anche qui l'iniziativa presa da un gruppo molto eterogeneo di persone, tra cui (non) brillavo io. Si va dal meglio del giornalismo scientifico italiano, ad un gruppetto di ricercatori scientifici di Enti italiani ed internazionali, a semplici appassionati dei problemi della scienza, tutti accomunati da avere un minimo di frequentazione di FaceBook e molti da essere dei blogger, anche se a volte di ennesima linea, come nel mio caso.
L'iniziativa è la seguente (copio/incollo dalla dichiarazione ufficiale che può essere trovata sul sito della rivista Le Scienze):

E la scienza? Nel recente confronto televisivo tra i cinque candidati alle primarie del centrosinistra, i problemi della scienza e della ricerca non sono comparsi, né trovano particolare spazio nel dibattito politico in corso a dispetto della loro centralità per lo sviluppo nazionale.

Un gruppo di giornalisti scientifici, blogger, ricercatori e cittadini, constatata la mancanza di domande ai candidati alle primarie del centrosinistra sulle loro posizioni politiche in materia di scienza e ricerca, e ritenendo invece che da queste politiche dipenderà il futuro sociale ed economico a medio e lungo termine del paese, ha quindi deciso di chiedere ai candidati di rispondere a sei temi di grande respiro, in modo da offrire ai cittadini un panorama più completo della loro proposta politica.

Le sei domande

1. Quali politiche intende perseguire per il rilancio della ricerca in Italia, sia di base sia applicata, e quali provvedimenti concreti intende promuovere a favore dei ricercatori più giovani?

2. Quali misure adotterà per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico?

3. Qual è la sua posizione sul cambiamento climatico e quali politiche energetiche si propone di mettere in campo?

4. Quali politiche intende adottare in materia di fecondazione assistita e testamento biologico? In particolare, qual è la sua posizione sulla legge 40?

5. Quali politiche intende adottare per la sperimentazione pubblica in pieno campo di OGM e per l’etichettatura anche di latte, carni e formaggi derivati da animali nutriti con mangimi OGM?

6. Qual è la sua posizione in merito alle medicine alternative, in particolare per quel che riguarda il rimborso di queste terapie da parte del SSN?
 
 
E' nostra intenzione proporre le stesse identiche domande a qualunque candidato a votazioni primarie di qualunque partito o coalizione.
In attesa, e nella speranza, di avere delle risposte, stiamo preparando una lista più corposa, e magari più meditata, di domande da sottoporre ai candidati finali alle elezioni politiche.
Sarebbe ora di far capire a tutti, ma ai politici in particolare, che la Scienza non è un optional con cui farsi belli ogni tanto in caso di qualche successo che colpisce l'immaginazione, ma è invece una delle risorse essenziali, se non la più essenziale di tutte, per un paese come il nostro. L'alternativa è di dedicarci al turismo, come sembra aver detto ieri sera Briatore in qualche trasmissione televisiva con il supporto di qualche economista di turno. Bisogna solo essere coscienti che in quel caso i briatore ci farebbero i soldi, ed a noi, la grandissima maggioranza, toccherebbe solo la parte di camerieri.

martedì 15 maggio 2012

Giornalismo e Stupidaggini, sono davvero indivisibili?

Da Repubblica.it

Un generico articolo che riporta la notizia dell'ennesimo avviso di indagine inviata ad un componente del Governo. Questa volta ad un componente tecnico, il Sottosegratario Zoppini, e per un classico reato del mondo degli esperti in relazioni internazionali, fiscalisti o avvocati che siano: aiuto all'evasione fiscale. Un reato abbastanza difficile da dimostrare, ma facilmente intuibile come realistico.
Ma non è questo che mi importa qui, oltretutto l'Onorevole Zoppini ha dichiarato la sua intenzione di dimettersi dall'incarico governativo per meglio difendersi. E questo va a suo merito.
Il mio problema è invece un altro che con Zoppini e il suo presunto reato non c'entra nulla.
Alla fine dell'articolo, compare la seguente pregnante dichiarazione:

Romano, 47 anni, Zoppini è ritenuto un tecnico di primissimo livello. Come Vittorio Grilli, viceministro dell'Economia, anche Zoppini viene dal prestigioso IIt-Istituto Italiano di Tecnologia, la punta più avanzata della ricerca made in Italy. 

Ora, l'Istituto Italiano di Tecnologia esiste da meno di cinque anni, per cui nessuno che non sia un neolaureato può provenire dallo stesso. Che poi sia  la punta più avanzata della ricerca made in Italy è un'affermazione di totale leccaculaggine, dato che nulla di minimamente importante è ancora uscito da quell'istituto che, seppur basato su argomenti di ricerca di interesse reale, spicca più che altro per la totale mancanza di trasparenza nelle scelte degli argomenti stessi ma sopratutto per la selezione degli istituti esterni beneficiari dei suoi fondi.
Quello che a Grilli e Zoppini può essere dato atto è di aver creato in modo clientelare e senza trasparenza alcuna un istituto iperfinanziato dichiarato di principio un Istituto di Eccellenza, mentre normalmente l'eccellenza si conquista con i risultati ottenuti. Non ho alcun dubbio che i risultati alla fine ci saranno, visti i finanziamenti coinvolti, ma non sono così sicuro che non se ne sarebbero potuti ottenere di più e con meno costi in un modo più democratico.
In ogni caso il giornalista che ha scritto quell'articolo o non ha la più pallida idea di quello su cui ha scritto, o è già stato coinvolto nell'ambiente.

domenica 26 febbraio 2012

In Italia gli stipendi più bassi d'Europa

Da Repubblica.it:

I lavoratori italiani sono tra i meno pagati d'Europa. Meno degli spagnoli, ciprioti e irlandesi, che pure non se la passano meglio di noi. E la metà di tedeschi e olandesi. Una situazione che pesa sempre di più sulle famiglie. Tanto da meritare immediatamente la reazione del ministro del Walfare, Elsa Fornero: "In Italia abbiamo salari bassi e un costo del lavoro comparativamente elevato. Bisogna scardinare questa situazione, soprattutto aumentando la produttività".

Ma c'era qualcuno che ancora non lo sapeva?
Si è dovuto aspettare una pubblicazione ufficiale per prendere coscienza di un fatto che era ovvio e conosciuto da tutti.
E il Ministro Fornero sbaglia, perchè non è affatto vero che il costo del lavoro in Italia sia più alto che nel resto d'Europa, anzi. E' però sicuramente più alto dei paesi con cui l'insipienza industriale dei nostri cosiddetti imprenditori ci ha costretto a concorrere, che sono sostanzialmente quelli del terzo mondo, e che fra poco ci supereranno per capacità industriale.
Sembra ormai inutile ripetere per l'ennesima volta la stessa storia: siamo una nazione fatta quasi esclusivamente di piccole e piccolissime industrie, di gestione tipicamente familiare. Di conseguenza non vi è alcuna capacità di innovazione tecnologica, di invenzione scientifica, di imporre al mondo un prodotto innovativo e unico e quindi in grado di produrre un utile specifico elevato, senza concorrenza da parte dei paesi emergenti. Fatte salve le solite poche eccezioni, siamo impantanati nella palude derivante dall'ideologia del piccolo è bello, che era propagandato solo perchè non si era capaci di essere grandi, mentre i nostri grandi imprenditori vendevano i settori più innovativi tecnologicamente per investire il ricavato in rendite di posizione e/o monopoli di fatto.
Ora che la maggior parte del danno è fatto ci viene chiesto di cercare di invertire la rotta, ma senza chiederne il prezzo a chi fino ad ora ci ha guadagnato, ma sempre e solo a quelli che devono continuare ad essere i meno pagati d'Europa, e possibilemnte devono ulteriormente rinunciare a qualche piccola garanzia per ridurre ancora un poco il costo del lavoro e cercare di mantenere per qualche giorno ancora un piccolo vantaggio sulla Cina.
Invece deve essere cambiata completamente la politica industriale, nel senso che ce ne deve essere finalmente una, che spinga alle concentrazioni in grado di fare vera innovazione, facendo morti e feriti se necessario, ma possibilmente solo tra gli (im)prenditori nostrani e molto meno tra la forza lavoro, anche se sarà difficile non avere conseguenze anche per loro. Solo che lo sviluppo che ne dovrebbe seguire potrebbe portare alla creazione di veri posti di lavoro molto più remunerati, specialmente tra la parte di lavoratori a più alta preparazione culturale, che ora stanno semplicemente abbandonando il paese per pura disperazione.
Meno manovali e più ingegneri, chimici, fisici, biologi. Meno edilizia e più chimica, farmacologia, informatica.
Ancora una volta sono cose ben conosciute, ma che non si sanno come raggiungere, anche perchè siamo un paese di corporazioni, e le corporazioni piuttosto sono disposte a distruggere tutta la società pur di non rinunciare al più piccolo dei propri privilegi.

martedì 22 novembre 2011

Disoccupazione intellettuale, precariato e fuga dei cervelli

Su Affari e Finanza di ieri c’è un articolo di Andrea Rustichelli dal titolo Manager e laureati sono pochi gli sbocchi per chi sa “troppo” che sembra copiato da due miei vecchi articoli Investire nella Ricerca Scientifica e L’Italia e l’Innovazione Tecnologica. Siamo il paese con la percentuale di laureati più bassa tra quelli più industrializzati, eppure i nostri laureati faticano a trovare lavoro adeguato alla loro preparazione e sono costretti sempre più spesso ad emigrare, quasi sempre in modo definitivo.
Devo dire che mi ha fatto un po’ d’impressione vedere riprodotte su un quotidiano importante se non proprio le mie stesse parole esatte, almeno i miei concetti ed i miei ragionamenti, ma specialmente le soluzioni che proponevo anni fa. E’ quindi del tutto vero che la realtà alla fine riesce sempre a farsi strada. Speriamo che di questa realtà e delle soluzioni che auspicavo se ne renda conto anche il nuovo governo, che quello vecchio sappiamo che interessi privilegiava.