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lunedì 26 maggio 2014

Poteva andare peggio

Premetto che a queste ultime elezioni europee non ho votato.
Non è stato per pigrizia, impossibilità o disinteresse, ma è stata una precisa scelta politica: per la prima volta in vita mia, in assenza di un riferimento preciso, non me la sono sentita di votare “il meno peggio” e mi sono astenuto. Gli astenuti sono risultati larga maggioranza e, pur riconoscendo che le motivazioni predominanti sono altre, credo in ogni caso che più di alcuni abbiano fatto una scelta come la mia.
Il fatto è che non mi riconosco nel PD di Renzi, anche se trovo alcuni aspetti positivi nel PD ma non nella sua attuale dirigenza.
Ho un rigetto istintivo per il populismo di neo-destra di Grillo, e un’esperienza sufficiente a riconoscerlo anche sotto la patina vagamente di sinistra di alcune delle sue urla.
Sono abbastanza legato alla vita reale da capire la fumosità e sostanziale inutilità di una lista velleitaria che unisce il radicalismo chic, il presenzialismo personale e vaghe speranze di un mondo migliore e rimane senza una politica concreta, che possa operare in questa Europa di oggi.
Quindi non ho votato. Volutamente. Sperando che quelli come me fossero tanti. E lo sono stati.
Del risultato non sono scontento, ma non solo per i tanti astenuti (non mi illudo lo abbiano fatto per le mie stesse argomentazioni), ma per come si sono distribuiti i voti espressi.
Prima di tutto Grillo è stato inequivocabilmente ridimensionato. Non quanto piacerebbe a me, e ci arriveremo presto, ma sopratutto rispetto alle loro (e non solo) aspettative. Grillo era il vero pericolo di queste elezioni, l’aspetto che più di altri ho dovuto contrastare per rifiutare il “voto utile”, e sono contento che abbia perso anche senza il mio contributo.
Bersusconi sta scomparendo, come la storia richiede, e la destra annaspa alla ricerca di un’identità senza un padrone.
Poiché anche la sinistra è da tempo che cerca una nuova identità, lo spazio per una neo-DC era diventato troppo ampio e favorevole perché non venisse occupato. Dato che il Vaticano non è esattamente lo stesso di una volta, non abbiamo fatto un passo indietro di 70 anni, ma ci siamo vicini.

Continuando a rimanere in attesa che si coaguli una sinistra democratica, capace di proporre soluzioni economiche di maggiore equità sociale che funzionino in questo mondo di oggi, di capitalismo globalizzato a forte presenza finanziaria, e quindi di definire nello stesso momento cosa significa essere di sinistra ora, il risultato di queste elezioni non è del tutto male, poteva sicuramente essere peggio…

mercoledì 20 novembre 2013

La Classe Dirigente che si autoassolve

Quindi il PD non voterà la sfiducia alla Cancellieri, perché per Letta sarebbe equivalso ad un voto di sfiducia al governo, e tutti hanno accettato questa assurda equivalenza. Anche Civati ha ritirato la mozione di sfiducia.
E la Cancellieri dichiara che "si difenderà sino all'ultimo", altro che dimissioni.
Come avevo già detto nel post precedente, ci sono situazioni che non hanno rilevanza penale, o magari la hanno ma non può essere dimostrata, ma che hanno enorme rilevanza politica e dovrebbero portare a delle ovvie conseguenze.
Ogni persona può intrattenere rapporti di amicizia con esponenti del mondo finanziario-imprenditoriale, anche se parte di quella zona grigia che separa la legalità dall'illegalità, e che è spesso illegalità non provata. Ma se hai un ruolo istituzionale, di difesa dello Stato, e "vieni beccata" a telefonare a persone ufficialmente indagate per reati gravi, nei cui riguardi "ti metti a disposizione" per fare qualcosa che potrebbe anche alla fine essere niente, in qualunque paese occidentale ti devi dimettere. E senza nemmeno discutere.
Barbara Spinelli, in un articolo su Repubblica oggi mette proprio in evidenza come la responsabilità politica e l'intransigenza nei suoi riguardi sia stata essenziale in Germania per uscire dallo scandalo che travolse anche Schröder, e lo stesso è valso per il Watergate americano.
In Italia abbiamo invece una classe dirigente che tende ad autoassolversi sempre e comunque, rifiutandosi di lasciare i posti di potere anche dopo la condanna di tre diversi gradi di giudizio.
Poi ci si chiede perché il Paese non sembra in grado di uscire dal baratro politico-economico in cui sta precipitando.
In questa situazione, il populista Grillo, pesantemente sconfitto nelle regionali in Basilicata, non può che ringraziare la Cancellieri, Letta e tutto il PD.

domenica 17 novembre 2013

Perché la Cancellieri si sarebbe dovuta dimettere

Perché la Cancellieri si sarebbe dovuta dimettere (secondo me)?
La risposta breve è perché l’hanno beccata.
La risposta lunga è lunga, perché in Italia gli aspetti più banali non sono mai tali, e specialmente nella politica è veramente difficile far diventare la responsabilità personale un elemento significativo.
Per cercare di chiarire la risposta lunga, partiamo da un elemento che non è discutibile: la Cancellieri è amica dei Ligresti, lo è in modo abbastanza stretto, ed esistono evidenze di passati favori reciproci. Niente di serio e senza significati penali, ma indicatori di una buona conoscenza reciproca.
E veniamo ad uno dei punti principali: si possono avere dubbi che la famiglia Ligresti abbia avuto, nei lunghi anni di successo economico, anche comportamenti legalmente, ma soprattutto moralmente, discutibili? Due fratelli siciliani arrivati al nord senza evidenti capacità economiche, con attività inizialmente banali, sono in pochi anni diventati, entrambi e in modo diverso ma complementare, proprietari di imperi economici. Il farmacista diventato proprietario di una serie di cliniche private, tra cui le più prestigiose della Lombardia (io ho subito un intervento piuttosto complesso in una di queste, e ho potuto conoscerla bene), ed il fratello che diventa uno degli uomini più facoltosi e potenti d’Italia. Un poco come Berlusconi che però, non essendo siciliano, l’aggancio con la Sicilia ha dovuto crearlo per interposta persona.
Così come è chiaro (tranne che alla magistratura) come ha fatto Berlusconi a “trovare” i capitali necessari alla sua crescita economica, i sospetti su pratiche analoghe per i fratelli Ligresti di fatto si sprecano. Sospetti, mai certezze, ma dalle inchieste che hanno portato alle accuse di questi giorni all’intera famiglia risulta anche che certe “pratiche gestionali” al limite della correttezza, e forse solo formalmente corrette, e magari anche no, sono state usate da tempo.
Una persona con un grosso ruolo istituzionale, come era al tempo la Cancellieri, con le competenze che sicuramente ha, e con la familiarità che ha dimostrato di avere con i Ligresti doveva sicuramente essere ben conscia di cosa succedeva e di come tanta ricchezza era ottenuta. Mi rifiuto di pensare che la Cancellieri fosse tanto ottusa solo su questo argomento.
D’altra parte le amicizie potenti, a cui magari chiedere un piccolo, piccolissimo favore quando necessario, da restituire ovviamente quando possibile, non hanno mai fatto male, anzi in Italia sono praticamente la condizione necessaria per poter entrare, e rimanere, in certi ambienti. Il concetto normalmente ritenuto corretto è che se non si viola apertamente la legge, tutto è permesso.
Anche nelle altre democrazie occidentali questi rapporti sono all’ordine del giorno, perché un ceto sociale (non uso la parola “classe” perché non proprio adatta in questa situazione, ma è come se l’avessi usata) si identifica non solo per il proprio ruolo economico ma anche per le proprie relazioni sociali. Quella che è normalmente chiamata “classe dirigente”, anche se non è una vera classe, si identifica in modo particolare per l’interconnessione di favori, di rapporti di amicizia, e di intrecci di interesse. Il che non impedisce certo l’esistenza di guerre feroci e di tradimenti repentini. Però il rapporto familiare con le sue amicizie dirette normalmente è un elemento particolarmente forte, specialmente in Italia.
Ma se questi rapporti esistono anche all’estero, perché ci lamentiamo del caso Cancellieri?
Perché nelle altre democrazie occidentali questi rapporti esistono, ma alcuni di questi sono considerati ufficialmente scorretti, come nel caso di una persona con ruoli politici istituzionali rispetto ad interessi privati che possono configgere con l’interesse pubblico. In casi del genere, anche se si sa che vecchi rapporti di amicizia ci possono ancora essere, è ritenuto estremamente scorretto farsi beccare in un evidente favoritismo. Il politico trovato a fare una cosa del genere normalmente non aspetta il giudizio formale dei suoi pari, che sarebbe d’altronde scontatissimo, ma generalmente si dimette prima ancora di essere messo sotto accusa.
Questa è la garanzia di un buon funzionamento delle istituzioni anche in presenza di rapporti personali che indubbiamente ci sono e non possono essere improvvisamente cancellati: quando una persona è chiamata a compiti istituzionali al di sopra delle parti, i suoi rapporti di amicizia devono necessariamente essere abbassati sotto una soglia di osservabilità piuttosto rigorosa. Se poi ti beccano con anche solo un dito nel vasetto della marmellata, fai il piacere di ringraziare tutti per la fiducia che ti era stata data e te ne torni a casa.
Questo era quello che avrebbe dovuto fare la Cancellieri, se fosse stata persona d’onore, orgogliosa del proprio ruolo e convinta di averlo meritato per la propria capacità.
Se invece pensa che a una come lei è permesso di privilegiare le amicizie rispetto al dovere, che telefonare a persone inquisite per reati gravi e quindi con altissima probabilità sottoposti a controllo telefonico, e “mettersi a disposizione” per aiutare in qualche modo sia un’azione legittima e non invece moralmente criticabile, anche se senza azioni conseguenti illegali, allora non merita nemmeno più il diritto di dimettersi, ma va esonerata e basta.

In ogni caso è un ottimo (anche se brutto) esempio dei problemi che affliggono la nostra incapace “classe dirigente” e che stanno portando il paese alla rovina.

sabato 2 novembre 2013

Vedere gli atomi

Festival della Scienza di Genova, sala del Maggior Consilio completamente piena alle 15 di un giorno festivo per sentire una conferenza scientifica.
E' per me la prima volta che sento Dario Bressanini, amico-web da più di dieci anni ma mai incontrato di persona, parlare di qualcosa di direttamente legato alla sua attività professionale di Ricercatore di Chimica all'Università dell'Insubria. Finora avevo visto suoi filmati di conferenze e trasmissioni televisive in cui parlava dell'altra sua passione: la Chimica in Cucina, argomento su cui ha anche una rubrica fissa sul mensile Le Scienze.

Il tema era come il concetto di atomo, di particella finale indivisibile di ogni elemento naturale, si fosse sviluppato da idea astratta a requisito essenziale per spiegare la realtà sperimentale, anche in assenza di una sua visione diretta.








Attraverso le biografie di diversi personaggi fondamentali per la nascita e lo sviluppo della scienza chimica, Dario è riuscito a tenere interessato un pubblico eterogeneo per più di un'ora. Passando da notizie familiari, ad episodi curiosi sulla loro vita, è riuscito a rendere comprensibili anche gli aspetti scientifici del loro lavoro, dei loro successi e dei loro errori. Errori che inevitabilmente, anche se a volte con un certo ritardo, sono stati riconosciuti come tali dal progresso scientifico. Perché, come ha sottolineato Dario, in ogni momento dello sviluppo della scienza ci sono uno o più scienziati che non credono affatto a quella che è l'opinione generale condivisa da quasi tutti. Hanno una loro idea personale e si oppongono con forza a quella "ufficiale". Inevitabilmente alla fine si dimostra che hanno quasi sempre torto.


Si è trattato di un ottimo esempio di divulgazione scientifica, e fatta da uno scienziato, non da un divulgatore professionista, a dimostrazione che è la capacità personale e la competenza che fa la differenza, non l'etichetta o il Master che uno ha.
La comunicazione, di cui la divulgazione scientifica fa parte, ha acquisito nel nostro tempo un vero e proprio potere, in grado di influenzare il potere politico e quello economico che alla fine guida il tutto. Ma ne è inevitabilmente a sua volta influenzata, e anche pesantemente, per cui nella piccola polemica che è in atto tra "divulgatori professionisti" verso "scienziati professionisti prestati alla divulgazione", di cui forse varrà la pena di parlare con qualche dettaglio, il ruolo che svolge la guerra per il potere, quello vero, non va sottovalutato.

venerdì 8 febbraio 2013

Il Vaticano e la punta dell'iceberg

Spesso ci lamentiamo dell'eccessiva ingerenza del Vaticano nelle questioni italiane, nella sua politica e nelle sue scelte morali. Ci lamentiamo di come certe parti politiche vengano spudoratamente sponsorizzate, nonostante il Concordato tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica vieti questo tipo di intervento, e ci lamentiamo di come la morale cattolica venga assunta come morale generale dello Stato Italiano ed imposta per legge anche a chi cattolico non è e vorrebbe una morale diversa.
E' un problema grosso, che blocca lo sviluppo della nostra società, ma è, credo, solo la punta di un iceberg estremamente più grande e più pericoloso.
Alcuni degli ultimi avvenimenti dovrebbero convincere anche i più restii a considerare come reali ipotesi che possono sembrare di puro "complottismo". La situazione del Monte dei Paschi di Siena, al di là del puerile tentativo di coinvolgere nel suo scandalo il Partito Democratico, mostra invece una serie di intrecci di potentati economico-finanziari che vanno dal vertice della Banca Santander, di chiara appartenenza all'Opus Dei, allo IOR, di cui non occorre cercare appartenenze, ai maneggi della Banca d'Italia sotto la gestione di Antonio Fazio, Legionario di Cristo e probabile soprannumerario Opus Dei, con infinite altre ramificazioni tutte ascrivibili a persone della stessa appartenenza ideologica. Sono fatti ufficiali, ormai leggibili su tutti i quotidiani, se si vuole leggere, e coprono buona parte degli scandali finanziari degli ultimi anni, anche se non è difficile pensare che si colleghino con continuità a quelli di decenni fa, a Marcinkus e a Robero Calvi.
La situazione attuale deve essere arrivata a livelli tali da costringere anche la timorata Banca d'Italia ad intervenire con una certa durezza per imporre al Vaticano almeno un minimo di ottemperanza alle norme europee di controllo finanziario, in termini sostanzialmente di antiriciclaggio, attività che sembra essere stata sempre molto favorita dal nostro ingombrante vicino. Essere arrivati anche ad impedire l'uso di ogni carta di credito o bancomat nel Vaticano, con i pesanti effetti economici che comporta per le difficoltà al flusso turistico, blocco che continua dopo più di un mese, la dice secondo me molto lunga su quanto fosse stata stirata la corda di certe operazioni.
Il Vaticano non è quindi solo un elemento di ingerenza morale e politica in Italia, ma è anche una potenza economica che si è sempre mossa con estrema immoralità garantita da una impunità legale di fatto, condizionando direttamente la finanza italiana con conseguenze molto pesanti sui suoi cittadini.
Credo che preoccuparsi solo della parte visibile dell'iceberg sia pericoloso, perché, come sempre, è la parte nascosta, e molto più grande, che può fare i danni maggiori.

venerdì 18 gennaio 2013

Su Dibattitoscienza le domande definitive ai candidati alle politiche

Nel sito di Dibattitoscienza sono visibili le 10 domande inviate ai (troppi) candidati leader di coalizioni alle prossime elezioni politiche relative alla loro posizione sulla Scienza e su argomenti di interesse scientifico.
Questa iniziativa rappresenta la conclusione del percorso iniziato con l'invio di 6 domande di analogo argomento ai candidati alle primarie del CentroSinistra, con l'impegno di inviarle anche ai candidati a primarie di diversi schieramenti, che però non ci sono mai state. Le risposte ricevute sono state pubblicate, come le domande stesse, sul sito della rivista Le Scienze, e variamente commentate sui blog dei molti partecipanti all'iniziativa.
Ora proponiamo lo stesso meccanismo al massimo livello politico. E' stato creato un sito apposito per poter discutere delle possibili domande ed arrivare ad un elenco condiviso. Le domande ancora una volta sono ospitate sul sito de Le Scienze, che raccoglierà anche le risposte.
Ma la parte più interessante sarà ancora una volta l'insieme dei commenti, analisi e critiche alle risposte stesse che verranno fatte sui tanti blog indipendenti dei diversi partecipanti.
Da parte mia ritengo le prime tre domande le principali per definire una politica scientifica del paese, e sulle risposte a queste domande porrò particolarmente attenzione, privilegiando la seconda per un mio particolare interesse. Nei prossimi giorni cercherò di esplicitare le mie ragioni.
Ritengo anche che la decima abbia un contenuto ideologico particolarmente elevato, e forse eccessivo. Non mi sembra una domanda cui un politico sotto elezione possa rispondere onestamente. Ma il bello di un'iniziativa come questa è proprio che non è richiesta l'unanimità, e non c'è un padre-padrone che decide per tutti, come invece succede in altre esperienze di democrazia partecipativa (a parole)...

venerdì 4 gennaio 2013

Riforme: una parola per tutte le stagioni


Sono abbastanza vecchio da ricordarmi quando “riforma” era la parola d’ordine e la caratteristica principale di quella parte politica di natura socialista che però rifiutava come irrealizzabile l’idea di una rivoluzione profonda della società e un superamento della sua struttura capitalista. Più modestamente, riteneva possibile una moderazione degli egoismi capitalistici verso una struttura sociale più egualitaria attraverso l’applicazioni di nuove leggi ordinarie dello Stato. Queste nuove leggi, dovendo modificare la situazione di rapporto di forze preesistente e abbastanza statica, erano chiamate “leggi di riforma”.
All’epoca la struttura sociale era abbastanza definita, ed in Italia il predominio delle rendite, sia agrarie che immobiliari e finanziarie, e queste ultime erano la novità, stavano riprendendo il controllo dopo il troppo breve periodo di sviluppo un po’ selvaggio del dopoguerra, che aveva per un momento portato certe parti dell’industria italiana a competere con il resto del mondo in termini di innovazione e ricerca. “Riforme” era quindi una parola d’ordine di sinistra, per quanto moderata, e fatta poi propria anche dalla sinistra più estrema quando il crollo economico dell’Unione Sovietica dimostrò che l’abbattimento del capitalismo non era proprio dietro l’angolo, e oltretutto non tanto auspicabile se fatto tanto per fare.
In Italia le forze economiche “riformiste” furono sconfitte, con l’intera, o quasi, imprenditorialità italiana che abbandonò ogni idea di competizione internazionale in innovazione tecnologica per rifugiarsi nel più rassicurante utero materno della rendita di posizione e del monopolio statale. Le imprese produttive in settori tradizionali hanno dovuto fare dei veri e propri salti mortali per sopravvivere, attraverso innovazioni di struttura originali ed apprezzate anche all’estero, ma finendo inevitabilmente per doversi scontrare con la concorrenza dei paesi emergenti, il loro basso costo del lavoro e i minori controlli di qualità. Il risultato lo vediamo oggi.
Ma il mondo andava avanti indipendentemente dai desideri degli imprenditori italiani, e la natura stessa del capitalismo portava verso una sempre maggiore globalizzazione delle sue strutture. Aiutata da “apprendisti stregoni” in pieno conflitto di interessi, la liberalizzazione globale della finanza ha iniziato a ridurre, fino a farle scomparire, le singole capacità nazionali, già deboli in proprio, di controllo sull’aspetto finanziario, e di conseguenza su quello industriale locale. La conseguenza è il mondo in cui viviamo ora, in cui sembra che per poter continuare a sopravvivere bisogna rinunciare a molti dei livelli di civiltà comune faticosamente conquistati negli anni precedenti.
Ma anche questa rinuncia forzata viene chiamata “riforma”, e ritenuta indispensabile per la sopravvivenza della struttura sociale attuale. Solo che se mentre prima si volevano fare riforme in nome di un ideale di maggior uguaglianza, ora le attuali riforme servono solo a mantenere, ed inevitabilmente aumentare, le differenze economiche tra i diversi ceti sociali (non uso il termine “classi” a ragion veduta, ma di questo aspetto ne dovrò riparlare).
Oggi, per le prossime elezioni politiche, Mario Monti, il candidato che sarebbe stato considerato il “candidato conservatore” per eccellenza nei due secoli precedenti, si permette di definire “conservatori” Vendola, il rappresentante di una sinistra tutto sommato molto moderata, la Camusso, segretaria del più grande sindacato italiano, e Fassina, responsabile economico del Partito Democratico, partito accusato da molti di essere troppo moderato.
Monti si considera “riformatore” semplicemente perché vuole cambiare le regole esistenti, indipendentemente dal fatto che sia per una maggiore equità sociale o meno.
Non si rende conto che rafforzare i rapporti di forza tra ceti sociali già in atto, aiutare i forti ad essere più forti e rendere i deboli più deboli, anche se comporta una modifica delle regole esistenti, non è né può essere mai considerata una “riforma”, ma sempre e solo una “conservazione".
Se poi lo si fa anche sotto il patronato della forza più conservatrice al mondo, sopravissuta indenne e sempre potente a più di 2000 anni di storia, e sto ovviamente parlando della Chiesa Cattolica, non ci possono essere più dubbi di chi sia il vero “conservatore”.

lunedì 17 dicembre 2012

Ingroia ad un passo dalla candidatura

Da Repubblica.it

"La mia richiesta al Csm di aspettativa per motivi elettorali è solo cautelativa", spiega il magistrato, in modo che l'organo di autogoverno della magistratura possa valutarla a ridosso delle festività di fine anno, e cioè nei giorni in cui le Camere saranno sciolte dal Capo dello Stato. "Io comunque a Roma vado per aprire un confronto sul futuro dell'Italia. Riscontro la voglia di partecipare che emerge da tanti settori della società civile. E' questo, di per sé, un bel segnale diffuso di libertà".

 Poichè nessun essere umano cambia opinione in modo drastico, non è nero fino ad un certo istante e poi diventa improvvisamente rosso, ma il cambio di opinione si esplicita lentamente, anche se sicuramente non in modo lineare, questa decisione di Ingroia a me sembra spiegare molti aspetti del suo comportamento precedente. Non più quello di un magistrato super partes, ma sempre pìù quello di un soggetto politico di parte.
Poteva sembrare strano, ma purtroppo non lo era.

venerdì 7 dicembre 2012

Brunetta a Otto e Mezzo

Onestamente non sono riuscito a capire la logica della sua presenza a questa trasmissione, a meno che non fosse un maldestro tentativo di sputtanarlo ulteriormente...
Non mi è mai piaciuto Otto e Mezzo, e mi è ancora piaciuto di meno questa sera...
D'altra parte Brunetta è una delle persone più inutili di questo mondo. Non è intelligente, anche se pensa di essere un super, e non è nemmeno divertente come pagliaccio. Non capisco perchè continuare a proporlo in TV...

giovedì 6 dicembre 2012

Ritorna Berlusconi, panico in borsa

Berlusconi dichiara di voler ricandidarsi come aspirante Primo Ministro. Il suo partito, nel senso che è suo per pura proprietà, si spacca, ma una notevole quantità di suoi mantenuti, ed aspiranti a rimanere tali, si dichiara immediatamente entusiasta della soluzione.
Il ministro Passera fa una dichiarazione in cui reputa dannoso per l'Italia questa iniziativa, dichiarazione che nessuno gli aveva chiesto di fare, ma Passera è considerato un esponente molto ubbidiente dell'Opus Dei.
Il PDL (ma solo una parte anche se significativa) decide che questa esternazione è inaccettabile e toglie la fiducia al governo Monti.
La borsa di Milano crolla, unica in tutta Europa, e lo spread dei titoli italiani rispetto ai tedeschi aumenta di nuovo.
A parte questo, la situazione economica generale rimane tranquilla, perchè la speculazione finanziaria stava abbandonando l'attacco all'Italia, e ci metterà forse qualche altra ora per decidere se riprenderlo o meno...
Tutto questo ad un osservatore neutrale dovrebbe apparire come una farsa, un gioco di ruolo, senza nessuna correlazione con la realtà, diretta invece da valori concreti, di economia, di redditi individuali decrescenti, di povertà incombente, di un futuro senza speranze...
Ma Berlusconi dice che si candida proprio per questo... e a parte i suoi mantenuti ci sono anche altri che ci credono...
Per fortuna si è appena conclusa in modo ottimale la procedura delle primarie del centrosinistra per designare il candidato di questa coalizione ad essere il prossimo Primo Ministro. Il successo dell'iniziativa ha portato molto in alto l'indice di apprezzamento di questa coalizione, a fronte inoltre dei litigi interni dell'avversario principale.
Berlusconi decide di candidarsi... e cerca ancora una volta, come ha fatto spesso nel passato, di capovolgere il tavolo delle discussioni, di apparire come il vero ed unico possibile salvatore del paese... ma credo che ormai saranno pochi a dargli fiducia, visti i tantissimi precedenti, e la declassificazione delle notizie fino ad ora secretate di molti degli errori, o meglio delle puttanate, compiute da quell'illuso megalomane.
Rimane però attivo il ricatto di dover formare un governo tecnico affidabile, magari un nuovo governo Monti, perchè serve la fiducia dei mercati internazionali.
E' un brutto ricatto, che ha dalla sua parte una forza non trascurabile, dato che sono tanti in Italia a sperare in una continuazione di un governo classista come è stato il governo Monti attualmente in carica, comprese forze non politicamente ufficiali, vero Passera?
Io spero che il risultato delle elezioni dia ampia maggioranza ad un governo Bersani, che sarà necessariamente un governo equilibrato, che terrà fede agli impegni presi, ma che magari avrà al suo interno meno membri dell'Opus Dei, e spererei anche meno esponenti della finanza vaticana.
Se succede questo, sono sicuro che staremo tutti un po' meglio...

martedì 27 novembre 2012

La sostenibilità della Sanità italiana

Il primo Ministro Monti, in una delle tante esternazioni che ultimamente gli riescono facili, anche se poi è tutto un rincorrersi a cercare di mettere pezze e/o smentire questo e quello, ha fatto la seguente affermazione

"Il nostro Sistema sanitario nazionale, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantito se non si individuano nuove modalità di finanziamento"

Da Repubblica.it

Correzioni e smentite, insieme a  interpretazioni di quali avrebbero dovuto essere le nuove modalità di finanziamento, da una totale privatizzazione della sanità a nuove tasse dedicate, si sono abbattute come uno tsunami su tutti i media.
Mi chiedo se Monti, nel pronunciare quelle parole avesse chiaro cosa stava dicendo, o stava solo parlando in libertà, proponendo un possibile, ma per lui non reale, problema.
Nel primo caso le preoccupazioni di chi vede l'ennesimo e più forte tentativo di privatizzare quella che è probabilmente la maggiore fonte di ricchezza del futuro sarebbero decisamente fondate, e quindi un deciso cambio di governo, con idee del tutto contrarie, diventerebbe essenziale.
Nel secondo caso, che personalmente non credo sia del tutto da escludere, Monti dimostra tutti i suoi limiti come politico. Chi lo consiglia, e spero ci sia qualcuno con esperienza politica addetto a quello scopo, dovrebbe assolutamente impedirgli di parlare in questo modo.
In ogni caso se ne può derivare la conclusione che il costo del nostro Sistema Sanitario Nazionale è alto, e forse troppo alto per le nostre attuali risorse. Questa sarebbe una considerazione accettabile, ovviamente di fronte a documentazione concreta e non taroccata. Ma la conseguenza sarebbe quella di trovare il modo di razionalizzare le spese in modo da ridurle senza ridurre gli effetti sui pazienti, e chiunque abbia frequentato ospedali pubblici ma anche e sostanzialmente ospedali e cliniche private sa bene che di margini di risparmio ce ne sono a iosa.
A me però preme ricordare una precedente, e di molto poco, esternazione del nostro Primo Ministro, quella che condannava l'esistenza di resistenze corporative tra gli insegnanti delle nostre scuole. In un mio precedente post avevo invitato Monti, che giustamente si lamentava dei legami corporativi ancora forti nella nostra società, ad incominciare ad agire contro quelli evidentemente più forti, quelli che condizionano la nostra economia e anche l'intera struttura sociale. Ad incominciare, ad esempio, a scardinare completamente le corporazioni dei medici e dei farmacisti, che sono anche quelle che rendono molto più costoso del necessario il nostro Servizio Sanitario Nazionale.
Lo vedi, Monti, che le soluzioni semplici ed efficaci esistono?
Bisogna però che attacchi i veri poteri che bloccano l'Italia, non sempre e solo i pensionati e i lavoratori senza peso contrattuale, come hai fatto in modo pesante e molto poco sociale fino ad ora...
Per non parlar della Chiesa...

lunedì 26 novembre 2012

I voti di Renzi

Non voglio fare polemiche fini a sè stesse, ma vorrei che anche Renzi evitasse di farne "pro domo sua" in modo tanto sfacciato. Pretendere di aprire nuovamante la possibilità di partecipare alle votazioni di ballottaggio a persone che non si erano iscritte al primo turno delle primarie potrebbe sembrare una richiesta onesta di puro spirito democratico, puro come l'aspetto di pupo innocente che Renzi riesce a presentare nelle sue molto frequenti apparizioni mediatiche.
Ma puro non è, e non solo il suo aspetto è costruito, ma anche il suo appoggio elettorale presenta molti lati oscuri, con evidenze che vanno molto al di là dei semplici sospetti preelettorali.
Nel seggio in cui ho votato io sono stati osservati molti, non alcuni, ma bensì molti personaggi noti per simpatie di destra. Non semplici elettori di centro con qualche dubbio...
Ma casi analoghi in giro per l'Italia sono molti, e questo post ne è un esempio:

Lettere da Lucca

così come molte altre testimonianze di cui porto un caso:

Maria Grazia Bonicelli

Mi chiedo quindi cosa si aspetterebbe Renzi dal permettere ad ancora più persone di partecipare alle votazioni di ballottaggio. Di avere anche i voti personali di Berlusconi e della Santanchè?
Ma quelli li ha di sicuro, anche se non esplicitamente...
Poiché il suo scopo sembra sempre più evidentemente quello di spaccare il PD e formarsi il suo partito personale, da buon emulo del suo maestro Berlusconi, bisognerebbe che di questo se ne rendessero conto i suoi elettori che ancora credono di votare uno di sinistra, giovane e desideroso di cambiare, e che quindi gli facessero invece terra bruciata tutto intorno...
Che se si ritrova solo con i suoi votanti di destra, in fin dei conti una scissione al PD converrebbe... almeno per chiarezza e per definire meglio cosa significa essere di sinistra...

domenica 25 novembre 2012

Gli insegnanti e il corporativismo

Oggi il Primo Ministro Monti ha fatto delle considerazioni sulle ultime proteste degli studenti, e tra le tante cose banali dette, spicca anche questa frase ( da Repubblica.it):

"Gli studenti sono quelli più in credito e fanno bene a manifetare il loro dissenso" ha poi puntato il dito contro "i privilegi corporativi" di alcuni insegnanti: "Nella sfera del personale della scuola abbiamo riscontrato anche grande spirito conservatore", come la "grande indisponibilità  a fare due ore in più a settimana che avrebbe significato più didattica e cultura"

Io credo che se davvero intendeva aumentare la didattica e la cultura nella scuola, avrebbe dovuto proporre agli insegnanti di fare due ore di più agli stessi studenti, non a studenti diversi per ridurre il numero di insegnanti, e aumentare di conseguenza lo stipendio, non tenerlo bloccato e lasciarlo erodere dall'inflazione. Questa proposta sarebbe stata a favore di una maggiore didattica e cultura. Quella che il suo governo ha fatto è solo stata un aumento del carico di lavoro individuale per ridurre la spesa, senza alcun vantaggio per gli studenti se non di avere insegnanti più stressati.
Che poi la società italiana sia sostanzialmente corporativa lo si sa da tempo, e nessuno è mai riuscito a limitare il potere delle corporazioni, per cui sono contento che Monti, anche lui, abbia questa preoccupazione, ma se vuole fare qualcosa di significativo dovrebbe incominciare dalle corporazioni serie, quelle che hanno il potere di condizionare l'economia italiana e distorcerne la società. Potrebbe incominciare dai medici, dai farmacisti, dai notai, dai magistrati... o Monti vede il corporativismo solo nelle piccolezze di piccoli privilegi di una parte minoritaria degli insegnanti?
O magari si sente forte solo di attaccare le corporazioni più deboli ed insignificanti? In questo caso, almeno abbia il pudore di tacere.

giovedì 22 novembre 2012

Commento alle risposte alla prima domanda di Dibattito Scienza


Come avevo annunciato in un post precedente, un gruppo abbastanza eterogeneo di giornalisti scientifici, ricercatori e semplici affezionati, hanno proposto sei domande ai candidati alle primarie del centrosinistra, proponendosi di riproporle anche a qualunque altro candidato di primarie di ogni coalizione e, alla fine, di proporre un numero più nutrito (e più meditato) di domande ai candidati finali alle elezioni nazionali. Lo scopo delle domande era di capire e far capire a tutti gli elettori non solo le intenzioni dei vari candidati su alcuni temi particolari di interesse scientifico, ma soprattutto di capire il peso che ogni candidato dà al ruolo della scienza e del suo metodo di analisi nello svolgimento del proprio ruolo politico di mediazione tra diversi interessi.
Le domande e tutte le risposte possono essere trovate sul sito de Le Scienze, a cui rimando per ulteriori dettagli dell’iniziativa.
In questo post mi limiterò a commentare le risposte alla prima domanda, che è quella che mi interessava di più e che ha, secondo me, il significato più generale coinvolgendo di fatto il futuro economico ed industriale dell’Italia. Poi, se avrò tempo e forza, cercherò di commentare anche le altre risposte.
La prima domanda era la seguente:
Quali politiche intende perseguire per il rilancio della ricerca in Italia, sia di base sia applicata, e quali provvedimenti concreti intende promuovere a favore dei ricercatori più giovani?
Tutti i candidati fanno osservare, con maggiore o minore dettaglio, che l’Italia investe in ricerca molto meno della media europea, e molto meno di utti i paesi più industrializzati d’Europa e del mondo.
Vediamo ora gli aspetti principali delle singole risposte.
1 – Bersani
Bersani fa notare che è l’investimento privato che è deficitario, anche se non definisce bene il problema; è l’unico che mette in stretta connessione la ricerca scientifica alla capacità industriale del paese, e lega quest’ultima, di cui auspica il mantenimento e la crescita, allo sviluppo di ricerca e innovazione. Non dice cose nuove rispetto al suo vecchio libretto scritto insieme ad Enrico Letta: Viaggio nell’Economia Italiana (Donzelli Editore - 2004), ma onestamente non era certo questo il luogo di un discorso più articolato. Non dice nulla sulla politica di reclutamento, ma accenna alla necessità di travaso di personale dalla ricerca all’industria.
2 – Puppato
Poche parole generiche sulla necessità di investimento, sulle sinergie con l’industria, sull’eliminazione delle baronie e del precariato.
3 – Renzi
Forte accento sulla necessità di far diventare meritocratico sia il reclutamento che il finanziamento della ricerca pubblica (parla solo di questa). Se per il finanziamento si appoggia sulle valutazioni ANVUR (da migliorare non si sa come), per il reclutamento non dà alcuna indicazione di metodo. Propone di favorire fiscalmente le donazioni alla ricerca (sempre pubblica) ma a costo complessivo zero. Propone un’agenzia per il finanziamento di idee originali, ma non è chiaro se di ricerca od applicative, cioè di spin-off industriali.
4 – Tabacci
Quella di Tabacci è una risposta lunga, probabilmente troppo lunga, dato che si dilunga in dettagli che a questo livello della discussione sono quasi incomprensibili, perché richiedono competenze specifiche e conoscenze delle legislazioni nazionali ed europee non condivise da tutti. Cercare di fare un riassunto delle sue proposte è altrettanto difficile, perché a meno di fare un elenco banale di ogni suo paragrafo, la valutazione generale è estremamente povera in impegni politicamente ed oggettivamente importanti. Si richiama in modo continuo alla legislazione europea, anche non sempre a proposito. Propone, unico tra i candidati, dei settori strategici su cui puntare per lo sviluppo della ricerca. Solo sul reclutamento dei giovani non ha proposte precise ma si limita a proposizioni generiche.
5 – Vendola
A parte dichiarazioni estremamente generiche, si può solo notare una richiesta di aprire la governance delle Università e degli Enti di ricerca a tutte le figure professionali, anche precarie. Spicca però la dichiarazione della necessità di stimolare le industrie, in vista ad un loro sviluppo innovativo, ad investire più in ricercatori che in capannoni. Nella sua genericità, è l’unico spunto verso il costringere le industrie a fare qualcosa che sia di loro interesse generale e non immediato.
Le mie considerazioni finali
Quello che sto per fare non sarà un discorso omogeneo, che cercherò di fare nel futuro e sganciato da questo evento particolare. Voglio invece presentare le mie opinioni su queste risposte, un po’ come vengono e saltando anche da uno all’altro. D’altronde questo era un esperimento e un esperimento è anche la loro valutazione.
Prima di tutto devo dire che sono estremamente contento di come si è evoluta questa iniziativa molto estemporanea. Anche se ovviamente le domande che abbiamo posto sono discutibili da molti punti di vista, sono state perlomeno un inizio, ed il fatto di aver ricevuto (grazie anche a persecuzioni e minacce varie :) ) risposta da tutti rappresenta un successo e un punto di partenza per azioni successive più meditate.
Sicuramente nessuno di noi si aspettava che a rispondere a queste domande fosse personalmente il candidato cui si riferiscono, ma questo è normale. Ogni politico deve circondarsi da uno staff di persone di cui ha fiducia e delegare la gran parte delle decisioni, magari sotto la sua supervisione, specialmente su questioni molto specialistiche. Quindi nel valutare queste risposte, io non penso di giudicare una persona, ma un insieme di persone, che però devono assommare le competenze necessarie al compito, sotto la responsabilità globale del candidato.
Bersani dimostra di avere una visione estremamente chiara del ruolo della Ricerca Scientifica per lo sviluppo industriale, e di come per l’Italia ci sia solo la strada dell’innovazione per conservare un ruolo produttivo adeguato. Sembra aver poca dimestichezza con il mondo della ricerca accademica, ma la sua esperienza passata lo pone nella condizione di capire cosa andrebbe fatto per l’industria. Non ha dato alcuna indicazione dei modi in cui pensa di ottenere i risultati che auspica, lasciando l’impressione di aver dato poca importanza globale a queste nostre domande. Su come affrontare il problema del reclutamento e del relativo finanziamento è stato molto deludente, evitando qualunque risposta concreta. Dimostra un’alta competenza economica, ma se dovesse diventare Primo Ministro avrebbe bisogno di un Ministro della Ricerca di livello superiore.
In contrasto totale con Bersani, Renzi ignora del tutto il rilievo economico ed industriale della ricerca scientifica, e si preoccupa solo di voler garantire una meritocrazia che avrebbe tanto bisogno di essere definita, prima che essere attuata. Per Renzi la ricerca scientifica è solo quella cosa che si fa nelle Università (e magari in Enti di Ricerca, ammesso che ne conosca l’esistenza), in cui dominano Baroni da sconfiggere, senza correlare questi aspetti alla struttura corporativa di una parte della società italiana, di cui però proprio la parte scientifica è largamente immune. Renzi in definitiva nemmeno conosce le differenze tra i vari settori delle Università.
Tabacci è stato invece alluvionale. Ma ci ha sommerso con dettagli del tutto ininfluenti rispetto ai problemi generali, su cui invece dice poco o niente. Mi fa piacere di sapere che nel suo staff c’è sicuramente qualcuno che conosce molto bene la legislazione europea, ma che però ignora che la politica europea della ricerca deve necessariamente evitare gli aspetti applicativi, cioè quelli che rendono utili economici, perché su quell’aspetto, di interesse sostanzialmente industriale, ogni paese, ma anche ogni industria, è geloso e non disposposto a condividere alcunché. Quindi basare ogni obiettivo di sviluppo sulle regole europee è, sempre e solo secondo me, del tutto sbagliato, a meno che non si parli esclusivamente della ricerca di base o di strutture comuni (ma le strutture poi vanno sapute utilizzare). Riassumendo, un elenco infinito di possibili provvedimenti, alcuni sicuramente utili, altri di effetto molto dubbio, ma una carenza di visione globale molto preoccupante.
Vendola è stato estremamente generico, con l’inevitabile puntata demagogica dell’allargamento della governance delle strutture di ricerca a tutte le professionalità presenti. E' stato però l’unico, non so quanto volutamente, a toccare l’aspetto di dover convincere le industrie ad investire in personale qualificato, senza il quale non sarebbero mai in grado di sfruttare nemmeno quella (piccola) parte di ricerca utile per loro che le università ancora fanno. Con personale adeguato a saper capire la ricerca e a saperla trasformare in prodotto vendibile, sarebbe poi possibile la famosa sinergia tra ricerca ed industria, con possibilità di lavoro comune o addirittura di commissionare qualche ricerca.
Non credo che Vendola, o chi per lui, fosse cosciente delle implicazioni di quella frase, ma sono comunque contento che ci sia stata, perché così ho potuto aggiungere le mie considerazioni.
La Puppato invece dimostra molto poca consapevolezza dei problemi della Ricerca Scientifica e dei suoi risvolti economici.

Tutto sommato un'esperienza molto utile e da continuare, anche per abituare i nostri candidati politici a dover rispondere in modo organico a domande di potenziali elettori, senza farsi cogliere di sorpresa e senza essere troppo generici, come è purtroppo successo questa volta. Ora dovrei anche cercare di commentare le risposte alle altre domande...
Ma con calma...

mercoledì 21 novembre 2012

Il problema della produttività industriale in Italia

Oggi è stato firmato un accordo "per la produttività" tra diverse parti sociali, sindacati e Confindustria in primis, con l'avvallo del Governo. Manca però la firma della CGIL. Da parte governativa si cerca di minimizzare questa mancanza, sottolineando che la porta non sarà mai chiusa e nessuno verrà escluso da alcunchè.
Questo è un elemento positivo rispetto al recente passato in cui la spaccatura tra i sindacati era invece il reale obiettivo di ogni trattativa. Ma rimane il fatto che su una questione di estrema importanza per l'economia del paese si ha ancora una contrapposizione tra le organizzazioni padronali e il maggiore sindacato italiano.
La questione in discussione è complessa, molto complessa, per cui è impossibile definire in modo semplice chi ha ragione e chi torto, è anche difficile decidere se esiste una ragione e un torto.
Io non sono mai stato molto concorde con certi estremismi ideologici di una parte della CGIL che hanno in modo evidente condizionato la posizione dell'intera Confederazione, ma questa volta, indipendentemente dagli argomenti portati da l'una e dall'altra parte, mi sento di porre io una domanda:
Volete che, al di là di azioni su cui esiste accordo generale come una riduzione del peso e del costo della burocrazia, un sensibile aumento di produttività venga ottenuto attraverso una diminuizione significativa del costo del lavoro per unità di tempo o invece attraverso un aumento significativo del valore aggiunto del lavoro per la stessa unità di tempo?
Ovvio che la prima soluzione è la più facile, e l'unica che la nostra classe imprenditoriale ha saputo proporre fino ad ora, ma la seconda sarebbe l'unica soluzione capace di mantenere l'Italia nel novero dei paesi sviluppati. E' una soluzione difficile da perseguire, visto il livello in cui siamo, ma è la soluzione che DEVE essere perseguita, facendo pagare il costo a chi deve e che non ha pagato niente al momento.
Forse su questa base anche l'opposizione della CGIL sarebbe minore, e l'emarginazione delle sue frange più ideologiche risulterebbe più facile. A parte il fatto che è anche la strada GIUSTA da percorrere...

venerdì 16 novembre 2012

6 domande ai candidati alle primarie

Per informazione di quella decina (scarsa) di lettori giornalieri di questo blog senza pretese, presento anche qui l'iniziativa presa da un gruppo molto eterogeneo di persone, tra cui (non) brillavo io. Si va dal meglio del giornalismo scientifico italiano, ad un gruppetto di ricercatori scientifici di Enti italiani ed internazionali, a semplici appassionati dei problemi della scienza, tutti accomunati da avere un minimo di frequentazione di FaceBook e molti da essere dei blogger, anche se a volte di ennesima linea, come nel mio caso.
L'iniziativa è la seguente (copio/incollo dalla dichiarazione ufficiale che può essere trovata sul sito della rivista Le Scienze):

E la scienza? Nel recente confronto televisivo tra i cinque candidati alle primarie del centrosinistra, i problemi della scienza e della ricerca non sono comparsi, né trovano particolare spazio nel dibattito politico in corso a dispetto della loro centralità per lo sviluppo nazionale.

Un gruppo di giornalisti scientifici, blogger, ricercatori e cittadini, constatata la mancanza di domande ai candidati alle primarie del centrosinistra sulle loro posizioni politiche in materia di scienza e ricerca, e ritenendo invece che da queste politiche dipenderà il futuro sociale ed economico a medio e lungo termine del paese, ha quindi deciso di chiedere ai candidati di rispondere a sei temi di grande respiro, in modo da offrire ai cittadini un panorama più completo della loro proposta politica.

Le sei domande

1. Quali politiche intende perseguire per il rilancio della ricerca in Italia, sia di base sia applicata, e quali provvedimenti concreti intende promuovere a favore dei ricercatori più giovani?

2. Quali misure adotterà per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico?

3. Qual è la sua posizione sul cambiamento climatico e quali politiche energetiche si propone di mettere in campo?

4. Quali politiche intende adottare in materia di fecondazione assistita e testamento biologico? In particolare, qual è la sua posizione sulla legge 40?

5. Quali politiche intende adottare per la sperimentazione pubblica in pieno campo di OGM e per l’etichettatura anche di latte, carni e formaggi derivati da animali nutriti con mangimi OGM?

6. Qual è la sua posizione in merito alle medicine alternative, in particolare per quel che riguarda il rimborso di queste terapie da parte del SSN?
 
 
E' nostra intenzione proporre le stesse identiche domande a qualunque candidato a votazioni primarie di qualunque partito o coalizione.
In attesa, e nella speranza, di avere delle risposte, stiamo preparando una lista più corposa, e magari più meditata, di domande da sottoporre ai candidati finali alle elezioni politiche.
Sarebbe ora di far capire a tutti, ma ai politici in particolare, che la Scienza non è un optional con cui farsi belli ogni tanto in caso di qualche successo che colpisce l'immaginazione, ma è invece una delle risorse essenziali, se non la più essenziale di tutte, per un paese come il nostro. L'alternativa è di dedicarci al turismo, come sembra aver detto ieri sera Briatore in qualche trasmissione televisiva con il supporto di qualche economista di turno. Bisogna solo essere coscienti che in quel caso i briatore ci farebbero i soldi, ed a noi, la grandissima maggioranza, toccherebbe solo la parte di camerieri.

domenica 11 novembre 2012

Perché la FIOM non può (ri)costruire un nuovo Partito Socialista

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Questo argomento, oltre che una validità attuale, ha anche una importanza generale, per cui meriterebbe ben altro trattamento che un semplice post. Ma al momento è tutto quello che posso fare.
Da qualche tempo, in ambienti dei gruppi di sinistra più “fondamentalista”, ma anche tra i vari movimenti protestatari, accomunati da una violenta opposizione al Governo Monti e da un’avversione per la posizione moderata del PD, sta circolando l’idea, o meglio la speranza, che intorno alla FIOM e al suo duro operaismo si possa coagulare l’embrione di un nuovo partito di classe, un nuovo Partito Socialista dei Lavoratori.
Sarebbe una riedizione di quanto è successo sul finire del 1800 in Inghilterra dove un certo numero di sindacati di lavoratori (trade union) insieme a gruppetti di ispirazione socialista, anche di estrazione sostanzialmente borghese, diedero vita all’embrione di quello che sarebbe poi diventato il Labour Party.
Io credo però che il ripetere questa operazione sia storicamente e politicamente impossibile. Sarebbe al massimo la creazione dell’ennesimo gruppetto estremista e pseudoclassista che avrebbe vita breve e consenso praticamente nullo.
Perché faccio questa affermazione? Perché una concreta ed operativa definizione di cosa è una classe sociale l’ha data Immanuel Wallerstein nella conclusione del primo volume del suo lavoro più importante [1].
Riassumendo in due parole, una classe sociale diventa tale quando acquista coscienza di esserlo e di essere portatrice di un proprio modello di società. Al di fuori di questo si tratta semplicemente di ceti sociali in normale lotta per la spartizione della torta, ma niente che coinvolga la struttura della società.
Alla luce di questa definizione, mentre le trade union dell’Inghilterra del 1890 stavano facendo nascere una vera consapevolezza di classe e grazie ai gruppi socialisti e marxisti avevano anche una proposta di struttura sociale alternativa, oggi questo non può essere vero neanche per una frangia sindacale “dura e pura” come la FIOM. Perché, come avevo già detto in un mio vecchio articolo [2], non è che ora siano scomparsi i lavoratori sfruttati, anzi, ma oggi quella che manca è una credibile proposta di una società alternativa all’attuale.
Deve essere chiaro che sto parlando di una diversa struttura sociale, non di diversi pesi delle varie parti all’interno della stessa struttura come è invece l’obiettivo delle forze politiche di sinistra moderata. Con l’evidente incapacità del cosiddetto socialismo reale di essere una vera alternativa, al di là di ogni teoria di complotto e di tradimento, perché è ormai evidente che la naturale ed inevitabile evoluzione di una società basata su quei principi non poteva che essere una società dominata da una burocrazia di gestione, e di fatto estremamente inefficiente, siamo oggi senza alcuna alternativa al capitalismo in cui viviamo. Possiamo solo pensare di controllarne di più le libertà selvagge e le tendenze monopolistiche, operare in favore dei ceti sociali meno forti, più sfruttati, ma non c’è al momento una classe alternativa che abbia il proprio ideale di società che sia credibile e con possibilità di realizzazione.
Per questo non credo che il raggruppamento che si vorrebbe formare intorno al nocciolo duro della FIOM abbia la minima possibilità di ottenere quello che auspica, cioé la nascita di un nuovo partito di classe.
Sono quindi tanti sforzi e tanti voti completamente sprecati.
 Referenze
[1] - Immanuel Wallerstein: Il Sistema Mondiale dell'Economia Moderna - vol I - Il Mulino 1978
[2] - Michele Castellano: Cosa rimane della lotta di classe

martedì 23 ottobre 2012

La ciliegina sulla torta

Vittorio Grilli è sempre stato un burocrate di altissimo livello nel Ministero dell'Economia, ma ha anche continuamente cercato di crearsi ruoli più consoni alla capacità che pensa di avere. Con la piena accettazione da parte di Tremonti ha costruito quell'assurdità scientifica che è l'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), diretto personalmente da lui medesimo, iperfinanziato per legge e per lunghi dieci anni, in un periodo di tagli consistenti alla ricerca e all'Università. Ci sono anche intercettazioni telefoniche che dimostrano la sua affannata ricerca di appoggi piuttosto discutibili per riuscire, per fortuna senza successo, a diventare Governatore della Banca d'Italia. Un personaggio tutto sommato che si presenta più per la sua ansia di potere che per le sue dimostrazioni di equilibrio istituzionale.
In un governo apparentemente "tecnico" che sta sempre più mostrando delle tendenze conservative, se non proprio di destra, Grilli rappresenta proprio la ciliegina sulla torta. Una torta per festeggiare il controllo della finanza sullo Stato Italiano, e per far definire questo Governo totalmente di destra. Una destra ben diversa da quella populista ed incapace di Berlusconi, ma pur sempre destra.

lunedì 22 ottobre 2012

Evacuiamo immediatamente Napoli

Dopo la sentenza che ha condannato a 6 (sei) anni di carcere con l'interdizione dai pubblici uffici (quindi dal loro posto di lavoro?) tutta la commissione Alti Rischi che, per tamponare le deliranti dichiarazioni di un tecnico elettronico, Giampaolo Giuliani, che da giorni prediceva imminenti scosse distruttive qui o là, generando il panico, aveva usato parole magari troppo tranquillizzanti, ora bisognerà trarne le vere conseguenze:
EVACUIAMO IMMEDIATAMENTE TUTTA L'AREA METROPOLITANA DI NAPOLI
Il Vesuvio è un vulcano molto attivo, anche se senza manifestazioni esteriori perché il cratere principale è "tappato". Ma il magma sottostante è in continuo movimento, e a mia conoscenza per diverse volte almeno uno dei livelli di pericolo (credo ne servano almeno tre in contemporanea per fare scattare l'allarme evacuazione) è stato superato. Mi chiedo quindi come facciano gli scienziati che hanno stabilito le soglie di pericolo e il loro numero per DOVER dare il segnale di evacuazione dell'area metropolitana, o almeno della parte definita "zona rossa", ad accettare di essere sottomessi, a posteriori, ad un giudizio come quello che ha colpito la commissione Grandi Rischi per l'episodio dell'Aquila. Fossi in loro mi garantirei personalmente abbassando il livello di rischio fino a richiedere l'evacuazione istantanea almeno dell'area rossa, poi il resto a seguire...
E chi se ne fotte se ci saranno più vittime che all'Aquila, almeno loro personalmente, come Giuliani, se la sfangano, e dell'interesse generale chi se ne importa...
Siamo proprio il Paese del Diritto...

mercoledì 17 ottobre 2012

Baffino ha ancora ragione

Da Repubblica.it

"Non chiederò deroghe, con Bersani candidato, il rinnovamento lo agevolerò...Ma se vince Renzi sarà scontro, in quel caso ci sarà scontro politico". E' una sfida aperta quella che Massimo D'Alema lancia a Matteo Renzi, nel corso della trasmissione Otto e mezzo, in onda su La 7. "Se vince Bersani, avrà a disposizione il mio posto in lista", ha spiegato D'Alema. Se vince Renzi, invece, "ci sarà uno scontro politico". E ancora: "Renzi non è il rimedio ma è peggio del male perché è un elemento di divisione. Il difetto del centrosinistra è stata la divisione". 

 Gli si può dar torto? D'Alema, al di là di tutte le questioni di gradimento, della sua totale incapacità a rendersi "simpatico", della grande ambiguità di alcune ultime scelte personali, ha sempre dimostrato una capacità politica molto superiore alla media, e in questo caso lo dimostra ancora una volta. C'è veramente da sperare, per il bene della vera sinistra italiana, che al ritiro effettivo della vecchia guardia, e non solo di Veltroni e D'Alema, si accompagni la sconfitta dei giovani populisti, di cui Renzi è un esempio, per di più democristiano totale.